L’ennesimo episodio di cronaca che vede un’insegnante ferita da un alunno di appena tredici anni scuote le coscienze, ma rischia di esaurirsi nel solito coro di indignazione e richieste di misure disciplinari più severe. Sebbene il controllo e il rispetto delle regole siano presupposti imprescindibili per la convivenza civile e la sicurezza nelle scuole, limitarsi alla risposta punitiva significa guardare il dito anziché la luna. Al centro della questione resta un nodo irrisolto e doloroso: il disagio giovanile e l’insostenibile isolamento in cui è stata lasciata l’istituzione scolastica.
La Scuola non può essere l’unica trincea
Per troppo tempo abbiamo delegato alla scuola il compito di essere l’unico ammortizzatore sociale, l’unico presidio di legalità e l’unica antenna capace di captare le sofferenze di una generazione fragile. Ma un’insegnante, per quanto preparata e dedita, non può trasformarsi in psicologa, assistente sociale e agente di pubblica sicurezza. La scuola non può curare da sola le ferite di una società che vede crescere tra i più giovani dipendenze, disturbi alimentari e una violenza esplosiva rivolta verso sé stessi e verso gli altri.
È necessario liberare la scuola da questo isolamento. La prevenzione non può essere un carico che grava esclusivamente sulle spalle dei docenti e dei dirigenti scolastici.
Una rete concreta: dal Governo ai territori
Affrontare il disagio richiede un cambio di paradigma che deve partire da chi governa a ogni livello. Non servono circolari burocratiche, ma azioni concrete e finanziamenti strutturali per la creazione di reti territoriali vere. Il Governo nazionale, le Regioni e i Comuni devono farsi promotori di un’alleanza educativa che veda la scuola come il centro di un sistema più ampio.
L’obiettivo deve essere la costituzione di tavoli di riferimento permanenti, composti da:
- Servizi sociosanitari e specialisti per un supporto immediato alle fragilità psicologiche.
- Associazioni sociali, culturali e sportive, fondamentali per offrire alternative sane e aggregative.
- Parrocchie e referenti dei vari culti religiosi, che rappresentano spesso presidi di prossimità nei quartieri.
- Forze dell’ordine, non solo per il controllo, ma come attori di educazione alla legalità.
Tavoli di ascolto per genitori e docenti
Questi tavoli non devono restare concetti astratti, ma diventare luoghi fisici e digitali a cui genitori e scuole possano rivolgersi tempestivamente. Troppo spesso le famiglie si sentono smarrite di fronte ai segnali di malessere dei figli, non sapendo a chi chiedere aiuto prima che il disagio degeneri in tragedia.
Mettere in campo progetti interdisciplinari significa intercettare il bullismo, l’abuso di sostanze o l’isolamento sociale prima che si trasformino in un’arma bianca impugnata in una classe. Solo così potremo evitare che la cronaca nera diventi l’unico modo in cui i nostri ragazzi riescano a far sentire la propria voce. La sicurezza nelle scuole si costruisce fuori dalle scuole, ricucendo il tessuto sociale di una comunità che ha il dovere di tornare a educare insieme.
Maria Vittoria Zonfrillo
Responsabile Scuola PD Tigullio
